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YouTube che stai fecendo? Ecco cosa c’è dietro la richiesta di donazioni di TheShow

YouTube che stai fecendo? Ecco cosa c’è dietro la richiesta di donazioni di TheShow

Il canale YouTube di candid camera è alla frutta: con le nuove regole di monetizzazione ha perso l'80% dei guadagni, ma è un problema globale che riguarda tutti

La richiesta di Alessandro e Alessio arriva a bomba sui quasi due milioni di iscritti al canale: «o ci aiutate donando anche solo 1€ al mese, oppure probabilmente il canale chiuderà perché YouTube ci ha tolto l’80% dei guadagni».

Onore al coraggio di essere stati tra i primi creatori di contenuti in Italia a fare una richiesta di donazioni di questa portata, prendendosi pure in cambio una tonnellata di merda lanciata in faccia da parte dei loro fan, ma l’accorato appello di questi due ragazzi è solo la punta dell’iceberg di un problema molto più ampio.

E che non riguarda solo YouTube.

Cerchiamo di capire che cosa sta succedendo davvero sul Tubo e soprattutto perché sta accadendo. Come si è arrivati a questa situazione disperata che sta tagliando le gambe a tutti gli youtuber che sopra questa piattaforma ci hanno costruito il loro lavoro?

Il problema in sintesi

Succede che alcuni video balzano alle cronache nazionali (in diversi Paesi) perché contenenti immagini considerate da qualcuno moralmente deprecabili.

Fin qui, nulla di nuovo.

Il problema è che qualcuno fa notare che Hey, l’utente che ha pubblicato quei video ci sta pure guadagnando sopra visto che prima del video appare quella strafottutissima pubblicità che vedi solo se non hai installato AdBlocker.

Perché è così che funziona: sono i proprietari dei canali che decidono di attivare le pubblicità che vedete sui loro video, ricevendo in cambio una parte del guadagno generato dalla pubblicità stessa.

Più gente vede quella pubblicità più l’inserzionista dà soldi a YouTube e più quest’ultimo paga l’autore del video in questione.

O meglio, pagava, perché le regole sono cambiate.

In seguito alle polemiche alcuni grandi marchi come Netflix si sono sentiti danneggiati dal fatto che i loro nomi fossero associati a contenuti moralmente discutibili, quindi hanno minacciato Google di chiudere i rubinetti se non fosse riuscito a mettere le loro pubblicità solo dentro ai video di buon gusto e adatti a tutto il pubblico.

Come ha risposto YouTube?

Rivedendo il suo algoritmo di classificazione automatica dei video in chiave restrittiva e aggiornando le regole della “modalità con restrizioni”.

Cos’è la modalità con restrizioni?

È un’opzione facoltativa tutt’altro che nuova visto che esiste dal 2010. Alcuni utenti, ad esempio quelli associati ai pc delle scuole o delle biblioteche, possono attivare questa modalità in modo che ogni persona che si collega a YouTube veda solo i video che hanno superato il filtro contro i contenuti violenti, osceni e in generale non adatti a tutto il pubblico.

Di per sé è una buona cosa e non sarebbe neanche un grosso problema visto che è un’opzione disattivata di default, ma vediamo perché grazie alle nuove regole potrebbe essere il suicidio di YouTube e la condanna professionale per tutti gli youtuber.

Come ho detto, la revisione dell’algoritmo e delle regole è stata fatta soprattutto per tutelare gli sponsor, che hanno minacciato di non spendere più un soldo in pubblicità se YouTube non fosse riuscito ad evitare che il loro marchio venisse associato a video considerati lesivi dell’immagine.

Ora, i video che vengono rigettati dall’algoritmo e che quindi non rientrano nella modalità con restrizioni possono comunque essere visualizzati da tutti gli utenti “normali”, quelli cioè che non hanno volontariamente abilitato questa modalità protetta, e possono anche essere monetizzati rimanendo una potenziale fonte di guadagno.

Il problema è che dal lato degli inserzionisti è cresciuto l’interesse a investire solo sui contenuti classificati come buoni, inoltre quando si crea una nuova inserzione pubblicitaria questa opzione è quella selezionata per default, come spiega lo screenshot qui sotto.

Poco male, no? Basta non caricare video dove si picchiano i cani, si stuprano le compagne di classe e si inneggia all’ISIS e tutto sarà come prima!

…e invece no, perché le regole sono cambiate.

Le nuove regole di YouTube

È tutto spiegato nella guida ufficiale di YouTube, non sto inventando niente.

Google ha deciso quali sono i contenuti che causano ai video l’uscita dalla modalità con restrizioni, che al di là della teoria significa perdere di colpo il 60/75% dei guadagni dovuti alla monetizzazione.

Ecco di cosa non si deve parlare per non essere penalizzati:

  • Droghe e alcol – ma non essendo specificato vale anche per i video di prevenzione all’abuso di droghe
  • Sesso – video con dettagli relativi all’attività sessuale, ma anche videoclip musicali con riferimenti espliciti al sesso o alle droghe
  • Violenza – e non si intende solo incitazione alla violenza, ma anche video che contengono disastri naturali e tragedie e persino situazioni violente riportate nelle notizie
  • Argomenti adatti a un pubblico adulto – video che trattano dettagli specifici di eventi di terrorismo, guerra, crimini e conflitti politici che hanno provocato morti o feriti gravi anche se non vengono mostrate immagini esplicite
  • Linguaggio osceno e adatto a un pubblico adulto – e qui la ciliegina sulla torta perché basta dire la parola “cazzo” per non passare l’approvazione

Praticamente rientrano in almeno uno dei punti la quasi totalità dei video che non sono già stati pensati per i bambini.

Per assurdo, un telegiornale in prima serata in televisione che parla di terrorismo e disastri naturali, con un paio di servizi su omicidi di mafia, sarebbe probabilmente bocciato dall’algoritmo ed escluso dalla modalità con restrizioni.

E dico probabilmente perché è YouTube stessa a dire probabilmente. Infatti non dà nemmeno regole chiare e tutti questi contenuti sono indicati nei suoi documenti ufficiali come probabile causa della bocciatura del video.

L’algoritmo fa acqua da tutte le parti

Non potendo controllare a mano tutti i video, Google ha deciso di affidarsi ad un software che controlla i contenuti alla ricerca delle espressioni da censurare nella modalità con restrizioni.

Il problema è che questo algoritmo fa acqua da tutte le parti e non funziona. I ragazzi di Quei Due Sul Server sono infatti riusciti a caricare video pieni di bestemmie e farli passare in modalità con restrizioni, mentre si sono visti bocciare contenuti perfettamente aderenti agli standard.

Hanno fatto un gran lavoro di sperimentazione e qui sotto spiegano come sono riusciti ad aggirare YouTube. Sostanzialmente ci sono alcuni nomi di marchi (Lego, Marvel solo per citarne due) che se usati in posizioni chiave come il titolo del video sembrano avere un peso tale da permettere all’intero video di passare il filtro.

Non è censura, ma è un problema grave

YouTube è una piattaforma privata, come Facebook, Twitter o qualsiasi altra. Ha degli interessi economici da difendere e ha comunque il diritto di fare il bello e cattivo tempo con i propri utenti. Può persino decidere di chiudere i battenti e scomparire dal web, se ritiene.

YouTube non ci deve niente.

Alcuni di noi hanno basato il proprio business su alcune di queste piattaforme perché era facile raggiungere le persone ed avere successo (anche economico) con relativamente poco sforzo, dimenticandosi che man mano che creavano contenuti da pubblicare attraverso questi canali stavano sostanzialmente regalando il frutto dei loro sforzi ai proprietari della piattaforma.

La stessa cosa vale per le testate che oggi ricevono più traffico tramite Facebook che tramite gli accessi diretti al loro sito, come avevo già scritto siamo stati noi a regalare le chiavi di casa a queste piattaforme.

Ripeto, YouTube non applica una vera e propria censura (cosa che avrebbe il diritto di fare, se lo volesse) e in teoria non impedisce ai video che non sono approvati dall’algoritmo di monetizzare, ma di fatto per i meccanismi che vi ho spiegato taglia le gambe agli youtuber più famosi, quelli che hanno costruito una professione intorno ai loro video e che campano grazie a questo, alle volte pagando pure stipendi ad altre persone.

Il problema ora è anche di YouTube, però.

Perché i suoi guadagni arrivano dagli inserzionisti, è vero, ma in realtà siamo noi spettatori i clienti, ecco perché potrebbe essere l’inizio della fine di YouTube, se questa situazione non venisse prontamente risolta.

Corsi e ricorsi storici
(come muore una piattaforma)

YouTube dimentica che tagliando le gambe ai creatori di contenuti li obbligherà a cambiare mestiere. Oppure a ridimensionare la quantità di video che caricano, oppure …a cambiare piattaforma.

Non è niente di nuovo, abbiamo già visto morire colossi come MySpace e non saremmo stupiti dalla fine di YouTube solo perché appartiene a Google (qualcuno ha detto Google+?).

Nascerà (o forse già esiste) qualche piattaforma simile che garantirà buone entrate ai suoi utenti e non appena qualche youtuber di rilievo inizierà ad usarla molti dei suoi fan lo seguiranno.

A quel punto si sarà innescata la reazione a catena: nuovi videomaker emergenti cominceranno a caricare lì i loro contenuti perché inizialmente ci sarà meno concorrenza che su YouTube e quindi più probabilità di emergere. La piattaforma crescerà e prospererà finché non farà qualche altra cappellata o arriverà qualcuno di più cool a rubargli la scena.

La storia si ripete.

È solo uno scenario ipotetico: nel 2016 YouTube è stato il secondo sito più visitato al mondo preceduto solo da Google e seguito a ruota da Facebook, perciò se la situazione dovesse iniziare a farsi critica, prima di spezzarsi, scricchiolerà abbastanza da obbligarli a cambiare rotta.

Sempre che nel frattempo non arrivi qualcuno con un’idea abbastanza innovativa da rivoluzionare questo mondo e con sufficienti capitali per realizzarla.

Cosa penso delle donazioni

I TheShow hanno avuto il coraggio di chiedere soldi ai loro fan. Pochi soldi, si parla di micro abbonamenti da 1€ al mese.

In cambio hanno ricevuto un migliaio di sottoscrittori (a fronte di 1 milione e 700 mila iscritti al canale) e una tonnellata di merda e insulti vari nei commenti.

La gente non solo non è più disposta a pagare per i contenuti che consuma, ma in Italia è sempre pronta a sfogare su di te le proprie frustrazioni e le proprie invidie.

Purtroppo dobbiamo fare i conti con la realtà: questa è la situazione attuale e questa è la cultura all’interno della quale dobbiamo fare impresa.

Non dico che non si possa o non si debba cercare di cambiarla, dico però che sono processi lunghi e che se fosse questo l’obiettivo falliremmo rimanendo senza soldi prima di riuscire anche solo a scalfirla.

Le donazioni secondo me non sono una strada praticabile, per lo meno non sul medio-lungo periodo.

Cosa fare, quindi?

Il problema dell’assenza di un vero modello di business per chi crea contenuti online non è solo degli youtuber, ci riguarda tutti. Ne avevo già parlato riguardo ai giornalisti musicali, non ci sono soldi perché chi fruisce dei contenuti non li vuole pagare e perché la pubblicità sul web vale ormai meno di zero.

Una possibile alternativa, che però è un bagno di sangue, potrebbe essere quella di slegarsi dalle piattaforme altrui per costruirsene una propria, con la propria pubblicità e senza la mediazione di nessuno: mischiare native advertising e contenuti organici ed essere i soli responsabili di quello che accade sul proprio sito, ma attenzione perché oltre ad essere praticabile solo da chi ha numeri grossi abbiamo anche contro tutti i big.

Qualcuno vi ha fatto notare che da un po’ di tempo iOS prevede l’installazione di App di Ad Blocking?

Il problema è aperto ed è uno dei nodi cruciali della nostra civiltà.

E comunque… le donazioni sono tassate, capre!

Basta una ricerca su Google a prova d’imbecille per scoprirlo.

Le donazioni ricevute da persone sconosciute sono tassate all’8%.

Troppo poco? Peggio per voi che pagate di più, non sfogate la vostra frustrazione da busta paga sugli altri. Grazie.

Andrea Lombardi Andrea Lombardi