be.Beap, c'è di peggio be.Beap, c'è di peggio
Abbiamo un problema che si chiama Facebook

Abbiamo un problema che si chiama Facebook

Internet era un luogo libero, era pensiero puro. Ma noi umani con il nostro bisogno di ordine lo stiamo distruggendo

Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto
Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio.

– Francesco Guccini, Cirano

È iniziato tutto nel 2004. Internet, così come lo avevo conosciuto io, stava per cambiare per sempre grazie all’intuizione geniale del Sig. Mark Zuckerberg.

Altri ci avevano provato prima di lui, ma nessuno fino a quel momento era riuscito a superare le Colonne d’Ercole.

Da lì a quattro anni, dentro quel luogo immateriale e senza confini ma al contempo terribilmente concreto, che era stato fino a quel momento la terra delle idee allo stato puro, e che obbligava chiunque ci passasse a farsi delle domande, sarebbe sorta un’enorme riserva.

Una riserva sorvegliata, con un altissimo e invalicabile recinto dentro al quale abbiamo finito per infilarci tutti. Di nostra libera iniziativa.

Quel recinto è stato così ben progettato da assomigliare fin nei minimi dettagli a quell’insieme di luoghi e sensazioni che in astratto chiamavamo casa, quei posti – un tempo materiali – e quelle situazioni in cui si svolgeva la nostra vita.

E così in breve tempo ha iniziato a far parte di noi e abbiamo finito per non distinguerlo più dal resto delle cose che oggi continuiamo a chiamare casa.

Lo abbiamo inglobato nella nostra vita, ma come un cavallo di Troia è stato lui che alla fine ha conquistato noi.

Facebook non ti tira dentro solo con gli amici, o con le ragazze con cui puoi parlare alla distanza di una richiesta di amicizia.

Forse è iniziato tutto così, non me lo ricordo, ma la serie di intuizioni geniali del Sig. Facebook lo hanno portato a risolvere il più grave dei problemi di internet: il caos.

càos – Nelle antiche cosmologie greche, il complesso degli elementi materiali senza ordine che preesiste al κόσμος, cioè all’universo ordinato.

– Vocabolario Treccani

Il bisogno umano di dare un ordine alle cose è quello che ci porta ogni mattina su Facebook. Internet è disordinato, frammentato, è un luogo che non esiste nella realtà se non sai dove trovarlo, se non scegli ad un certo punto di entrarci volontariamente e consapevolmente.

E una volta che ci entri, non puoi sapere dove andare.

Prima di Facebook era stato Google a tentare di portare ordine nel caos.

Se agli albori del web dovevi conoscere esattamente la posizione di ciò che stavi cercando, dopo Google ti bastava avere una domanda per trovare una risposta.

Poi, dopo il 2004, le persone hanno progressivamente smesso di avere domande per le quali cercare risposte.

Il meccanismo domanda-risposta era diventato un legame troppo debole per farci rimanere chiusi tra le mura della nostra nuova casa, ma soprattutto era una barriera all’ingresso troppo alta per la gran parte della popolazione, che da quel luogo si teneva ancora alla larga, girandoci intorno e facendo le ultime fortune di chi vendeva l’Encarta.

Ma a metà degli anni 2000 i tempi erano maturi per portare tutto al livello successivo, e consegnarci direttamente risposte a domande che da soli non avremmo mai fatto.

Perché è a questo che serve Facebook, è per questo che è diventato quello che è oggi. Non stiamo più parlando di un social network, ma della soluzione al nostro bisogno quotidiano di guardare fuori dalla finestra e di vedere il mondo. Di scoprire. Di conoscere.

Ma senza sapere cosa vogliamo scoprire e cosa vogliamo conoscere e senza quella naturale casualità che porta a scoperte inaspettate quando si vaga per il mondo senza meta.

Perché su Facebook assolutamente niente è casuale. È un ambiente protetto e finemente controllato dal suo padrone.

Ed è la dannazione per chi rimane incastrato nel meccanismo, e finisce per subire le risposte a domande che non porrà mai, perché non avrà più il tempo, né gli sorgerà più il bisogno, di farsene qualcuna.

Ad alcuni era sembrato la fortuna di ogni uomo con un pensiero da sottoporre al giudizio di altri uomini. Il giardino dell’Eden dell’editoria, il paese dei balocchi di ogni giornalista.

Ma anche per loro, anzi soprattutto per loro, quel luogo da paese dei balocchi si è trasformato in inferno.

Perché tutte queste illusioni valgono finché Facebook ti consente di parlare. Finché non decide di toglierti la parola, o ancora più subdolamente di far sì che questa non andrà oltre la cerchia dei tuoi amici, per poi chiederti dei soldi per farla uscire da lì.

Internet era davvero un luogo libero, era veramente il giardino dell’Eden dell’editoria e di tutti gli uomini con un pensiero. Ma era così vasto e caotico da spaventarci, così quando abbiamo sentito la necessità umana di avere ordine abbiamo regalato le chiavi del portone a qualcuno che ordine ci aveva promesso.

E chi controlla l’ingresso e l’uscita, controlla tutto. E, ancora una volta, siamo stati noi a mettergli le chiavi in mano.

Andrea Lombardi Andrea Lombardi