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Filth In My Garage: il post hardcore, l’istinto e la voglia di suonare

Filth In My Garage: il post hardcore, l’istinto e la voglia di suonare

Dopo due Ep finalmente escono con Songs From The Lowest Floor, il primo vero disco dei Filth In My Garage, il gruppo che ha il cuore a Bergamo e le radici nell'hardcore e nel post-hardcore

Man mano che intervisto nuove band trovo sempre più interessante conoscere e mettere a confronto persone così diverse tra di loro, che si approcciano alla musica in modi completamente differenti e con obiettivi lontani tra di loro, ma che alla fine sono e si sentono parte di una sola grande famiglia (da cui sono esclusi quasi tutti i cantautori moderni, che di solito vengono considerati cugini, più che fratelli).

Quasi tutte le persone che ho intervistato negli ultimi mesi hanno dimostrato di essere sincere e naturali, senza troppi fronzoli e senza costruzione di personaggi a supporto (o a sostituzione) degli uomini che sono (o che vorrebbero essere), e in questo i Filth In My Garage non fanno assolutamente eccezione: la loro genuinità è evidente fin dai primi scambi di battute.

Questi ragazzi non condividono il sogno utopistico di molti altri di “riuscire a vivere di questo”, ma sono consapevoli delle possibilità che hanno (e di quelle che non hanno, soprattutto) e per questo emanano serenità e soddisfazione per il loro percorso di band.

I Filth presenteranno questa sera, venerdì 4 marzo, il loro ultimo album Songs From The Lowest Floor, durante il Bergamo Sottosuolo Clash 5 all’Edoné.

C’è un filo conduttore nel vostro nuovo album?

I primi due EP avevano un concept dietro, questo no. O meglio, in verità un filo conduttore c’è, anche se non è esplicitato né nel titolo né con i nomi delle tracce, ma se leggi i testi ti accorgi che un filo conduttore esiste… lasciamo anche all’ascoltatore scoprirlo e farlo suo.

Comunque, per fare questo disco ci abbiamo messo praticamente quattro anni, se consideri che il primo pezzo è stato scritto nel 2012. Nel frattempo abbiamo anche cambiato tre batteristi.

In quattro anni cambia tutto, non dev’essere stato semplice mettere insieme i pezzi…

Con tre batteristi diversi poi, cambia ancora di più. Infatti anche i pezzi che avevamo chiuso sono stati riaperti, anche solo per il diverso modo di suonare di ognuno di loro. Cambia lo stile, e magari un pezzo che funzionava in quel modo con un batterista, con un altro non funziona più e va ritoccato.

Comunque ci piace questa cosa, se ascolti il disco senti che da una traccia all’altra ci sono dei cambiamenti. Abbiamo anche scelto di mantenere i brani nell’ordine cronologico in cui sono stati scritti. Quindi, alla fine del giro, anche questo disco è un concept. Lo scopriamo ora con te, il concept è il cambiamento della band.

Cosa ne pensate del modo di fruire la musica “a pezzetti”, un pezzo qui e uno skip là?

Dipende da cosa stai ascoltando, ma è forse il modo che usiamo ormai tutti. Ci sono artisti per cui forse non vale la pena ascoltare il disco intero, perché in realtà ti interessa sentire solo i tre pezzi belli…

Non c’è un modo giusto o sbagliato, in ogni caso. Dipende molto dall’ascoltatore, dall’artista, ma anche dal modo in cui vai a riprodurre la musica. Per esempio, se usi l’iPod, skippi da una canzone all’altra, mentre se ti ascolti un vinile lo senti tendenzialmente dall’inizio alla fine.

Per esempio per il nostro vinile, che tra l’altro era l’unico supporto che volevamo fare anche se alla fine è saltato fuori pure il cd, abbiamo deciso di non mettere i solchi tra una canzone e l’altra, in modo tale che non si possa scegliere quale pezzo ascoltare ma si sia obbligati ad ascoltare tutto un lato.

Tanto c’è il download digitale per saltare qua e là, e chi ha la possibilità di ascoltare il vinile ha comunque sicuramente anche la possibilità di scaricarsi le tracce digitali e saltare dall’una all’altra come preferisce.

C’è un po’ il bisogno di ritornare ad ascoltare la musica come si faceva una volta, comunque. Ti compravi il tuo vinile, lo pagavi ventimila lire o quel cazzo che era, lo ascoltavi una volta, due, tre, quattro, percepivi il valore della cosa che adesso un po’ si è perso. È tutto troppo facile, il disco te lo scarichi gratis e quindi non ha più valore…

Songs From The Lowest Floor è stato registrato per la maggior parte in presa diretta. Poi, certo, abbiamo fatto qualche sovraincisione e le voci a parte, però la maggior parte delle cose le abbiamo fatte “alla vecchia”, suonando senza click. Se sbagliavi una roba la dovevi rifare dall’inizio, infatti questo è un disco che suona molto live.

È anche più onesto come ragionamento, perché i Filth In My Garage sono un gruppo sostanzialmente da live. Non vedevamo l’ora di avere il disco in mano ma era più una scusa per andare in giro a suonare, quindi per noi fare un disco che poi non puoi portare live allo stesso modo aveva poco senso.

La nostra scaletta live rispetta tra l’altro l’ordine delle tracce nel disco, e non credo che la cambieremo mai. Ovviamente non sempre avremo il tempo di suonarlo tutto, ma eventualmente ci fermeremo prima della fine.

Che rapporto avete con la costruzione del prodotto album?

Noi andiamo a periodi. C’è il periodo in cui siamo infottati, scriviamo una roba e nel giro di due settimane, un mese o quello che è, facciamo il pezzo e lo chiudiamo. Magari poi lo rivediamo anche dopo, ma sono sempre piccolezze.

Ci sono altre volte invece dove non ci stiamo dentro e per fare un pezzo ci mettiamo anche sei mesi. La cosa diversa in questo disco, rispetto ai precedenti nostri lavori, è che è molto dinamico, a volte anche tanto dilatato. Ci sono momenti in cui la roba è serrata, e altri momenti in cui c’è il deserto perché magari mancano anche le voci e sono pezzi solo strumentali… è molto dinamico e vario, difficile da far quagliare quando stai scrivendo. Magari chiudi un pezzo e in quello dopo devi andare a riprendere quello che hai scritto prima per fare una roba ragionata.

Tieni conto che questo è il nostro primo disco vero. Noi abbiamo sempre fatto l’EP da tre pezzi, cinque pezzi… questo invece è Il Disco.

Come gira il tour di presentazione?

Al momento abbiamo ventotto date da marzo a maggio. La questione è che un disco dovrebbe uscire a settembre, così hai anche tutto l’invernale davanti, poi i Filth In My Garage sono una band che va forte in quella stagione, d’estate per noi è più difficile suonare, per via del genere che facciamo.

A settembre ci siamo trovati e abbiamo detto “bella, quand’è che possiamo uscire? A marzo, ok, allora ci prendiamo tutte le date da marzo a maggio, e poi, se sono andate bene, da settembre a dicembre facciamo un altro tot di date”. Ci sembrava interessnte questa cosa di spezzare il tour in due parti, anche perché di solito se riusciamo d’estate facciamo una settimana all’estero.

Negli anni passati abbiamo fatto tour in Inghilterra, Germania, Repubblica Ceca… ecc. Per quest’anno non ne abbiamo ancora parlato, vedremo.

Avete il sogno di trasformare tutto questo in un lavoro?

Assolutamente no. Per il genere che facciamo, per questa band. Personalmente poi (Teo) non potrei mai fare il musicista perché non so suonare. Non suonerei come un professionista, piuttosto mi butto su altro che ha a che fare con il mondo della musica, ma non il musicista.

La cosa più bella è stare tra noi cinque, andare in giro insieme, beccarsi la sera, suonare. Deve rimanere così. La cosa importante è il rapporto con le persone, poi con questo genere vai a suonare in posti talmente sgarruppati che tante volte trovi gente che ci sta davvero dentro, perché è lì per lo stesso motivo per cui ci siamo noi.

L’idea di fare questo per lavoro, in questo genere, è anche un po’ infantile. Sei in Italia, hai trent’anni, sei nel 2016 e fai questo genere… se ti va bene arrivi a girare a 1.000€ a data, e che cosa ti metti in tasca alla fine?

C’era un’intervista ai Deftones di poco fa in cui il cantante diceva che se non vanno in tour almeno per un terzo dell’anno non riescono a pagarsi le bollette. E sono i Deftones, sono americani, sono nati negli anni ’90 a Sacramento, mentre noi siamo i Filth In My Garage a Martinengo, siamo in Italia e nel 2016.

E poi nell’ambito di una musica che era nata con altre aspettative, che sia il Punk o l’HC, tu non devi fare qualcosa con l’idea di avere successo, ma devi fare qualcosa che sia valido artisticamente e filosoficamente per te. È intrinseco nel genere che suoniamo.

C’è da dire che siamo tutti consapevoli di questo, siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, però vogliamo fare tutti le cose al meglio. E magari fare cose che altri gruppi simili a noi non fanno, o fanno in maniera diversa. Per esempio la registrazione ci è costata un botto, anche se potevamo farcela a casa e non spendere un cazzo, ma noi vogliamo fare le robe come si deve, sapendo che comunque ci faremo il nostro tour, ci divertiremo un sacco, ma comunque non lo faremo mai di professione.

Questo ovviamente vuole dire anche sacrificio.

Se vi calasse dall’alto la possibilità di farlo, lo fareste?

Non credo che ce la potremmo fare, perché siamo fatti così. Noi abbiamo bisogno del nostro tempo per scrivere un disco, del nostro tempo per organizzarci e per fare tutto quello che facciamo. Probabilmente anzi lo facciamo bene proprio perché non abbiamo presse dietro al culo.

L’ultimo mese ad esempio non è stato così facile, c’era da fare il tour, c’era da prendere i contatti con la gente che ti stampa il disco, ecc.. tanti lavori tutti da fare in fretta perché ti rendi conto che devi uscire a marzo e mancano due mesi, perciò alla fine la vivi anche male. È per questo che se dovesse cascare dal cielo un contratto serio, non so se ci staremmo dentro, anche se probabilmente ci proveremmo perché è una cosa che ci piace fare.

Siete contenti di partecipare al Bergamo Sottosuolo Clash?

Molto, anche perché per noi era molto importante fare il release party a Bergamo, perché di fatto ci sentiamo una band bergamasca, ci sentiamo più legati al circuito bergamasco insomma. In realtà non siamo mai nemmeno stati in un circuito (che cos’è esattamente? È come dire scena? Bah, Nda).

Cosa non vi piace del circuito milanese?

Le persone sembrano tutte veramente “amici, amici”, ti stanno dietro, ti becchi, fai e disfi, conosci persone nuove… inizi a pensare “minchia che figata”, poi però esce il tour e le persone spariscono. Qui a Bergamo invece mi sento a casa mia, cioè anche se non c’è il tour ‘sticazzi, le birrette ce le beviamo lo stesso, e ci becchiamo comunque regolarmente, e questo è quello di cui noi abbiamo bisogno.

Cosa ne pensate del cantautorato italiano moderno e dei suoi messaggi?

Si parla sempre di figa. Gira tutto esclusivamente intorno a quello. A parte qualche eccezione ovviamente, vedi Caso per esempio, se vogliamo rimanere nel bergamasco.

È dovuto al fatto che se bazzichi un ambiente questo ti influenza e alla fine ci si assomiglia un po’ tutti?

Non solo, c’è anche il fatto che tu sai che quella roba lì può andare, sai che la gente si aspetta quello e glielo dai.

Nel vostro genere questo esiste poco o niente…

Se tu ci chiedessi a quali band ci siamo ispirati per fare questo disco (non l’ho chiesto, giuro, Nda) ti direi che ci siamo ispirati a dischi che sono usciti almeno dieci anni fa. Diciamo che fa molto di più quello che abbiamo ascoltato in passato, piuttosto che quello che ascoltiamo in questo momento.

Poi dentro al disco ci sono anche tantissime influenze di gruppi che abbiamo scoperto negli ultimi anni, però la parte grossa arriva da almeno un decennio fa. Se ci chiedessi, come ci hanno chiesto, di elencare una decina di band dalle quali abbiamo tratto ispirazione, ne sapremmo dire forse una, non di più.

Anche perché nel disco c’è di tutto, pezzi dritti, pezzi strumentali lunghissimi… il primo pezzo è un pezzo western per esempio. Però non è che abbiamo detto “scriviamo un pezzo western”, semplicemente stava bene così e ha preso questo taglio in fase di registrazione, all’ultimo momento.

Siete estremamente istintivi…

C’è chi va in sala prove e tira fuori decine di giri e poi ne vanno bene due, chi ne tira fuori decine e vanno bene tutti… noi di solito ne tiriamo fuori un paio e bene o male vanno bene quasi subito. È molto istintiva come cosa.

Che cosa ne pensate di Bergamo Sottosuolo?

Abbiamo iniziato a collaborare con loro a settembre perché abbiamo visto che erano forti su Bergamo, soprattutto in determinati concerti e certi generi, così abbiamo deciso di unire le forze e fare qualcosa insieme. Ne è nata una collaborazione per cui organizzo (Teo) con loro una data al mese all’Ink Club, e così ho imparato a conoscerli tutti. Sono tutte persone diverse, che arrivano da cose diverse, ma si conoscono da una vita e insieme sono fortissimi e fanno cose veramente fighe.

Andrea Lombardi Andrea Lombardi